VALERIO LELLI FOTOGRAFO

ALICE E NELLINO

Mi è sempre piaciuto scrivere. 

La maestra d’italiano alle elementari diceva a mamma che avevo tanta, forse troppa, immaginazione. Io di quel mondo fantastico di me bambina ricordo i colori, le polpette di fango, i pastelli, i racconti inventati e la meraviglia di sbirciare dentro le case.

Quando ero piccola mi ricordo che aspettavo il momento in cui sapevo saremmo passati di là, per tentare di catturare, dal finestrino della macchina, in quelle poche frazioni di tempo sfuggenti quanti più particolari riuscissi a cogliere: “Papà rallenta, vai piano”.

Era una casa blu. 

Blu, troppo diversa da tutto quello che vedevo normalmente, c’erano statue, colori, talvolta una piccola luce di candela che s’intravvedeva da una finestra. Non potevo che tenermi caro quel battito di palpebre che catturava rapidamente un mondo sognante che tanto mi affascinava.

Sono passati quasi trenta anni da quei ricordi e quel blu continua a resistere, scalfito del tempo ma intatto, una cartolina sbiadita della vita di una famiglia che ormai non c’è più. 

Alice e Nellino, i maestri, Adamo ed Eva, Hansel e Gretel. 

Nelle cronache locali vengono chiamati con i nomi più disparati; c’è chi si ricorda di loro semplicemente come “i mati”, chi parla di loro, sottovoce, come di fratelli incestuosi. 

In un’epoca di decrescita felice, di villaggi ecosostenibili, di diversità come valore, la loro storia oggi sarebbe raccontata da un bravo storyteller come esempio di vita alternativa. Trent’anni fa, nell’epoca del boom economico, vivere senza corrente, vivere dei prodotti del proprio orto, girare solo in bicicletta, accontentarsi di quel poco che la vita di un piccolo paesino di provincia riusciva a dare, era di certo un atto rivoluzionario.

Sono convinta che la nostra vita sia costantemente in balia del caso, che non ci sia un ordine prestabilito a governare le cose, ma capita che delle volte debba ricredermi su questa mia ferrea convinzione. 

Non è un caso che da piccola fossi rapita da quella casa blu, non è un caso se cinque anni fa per la prima volta ho visto davanti ai miei occhi apparire l’immagine di quei due signori senza nemmeno sapere chi fossero, non è un caso il mio legame così  forte con quel mondo onirico, con quei disegni, con quelle vite che mi hanno sempre dato l’impressione di essere rimaste sospese. 

Vite che sono ancora lì, raccontate nei muri, nelle statue cadute, nella parole scritte, vite che aspettano di essere raccontate, con onestà e uno sguardo genuino, sincero di chi in quei sogni è abituato a viverci, di chi di quei colori si nutre. 

Non è un caso che abbia incrociato lungo questo cammino di riscoperta Valerio, un fotografo cui poter affidare il racconto di quei luoghi, consapevole che la sua sensibilità fotografica avrebbe saputo accarezzarli. 

Luoghi troppo a lungo dimenticati, lasciati a marcire nell’inevitabile crudeltà del tempo, nell’umidità padana che logora fino allo sfinimento quelle statue così fragili, quei dipinti surreali e inquietanti, ormai da troppo abbandonati. 

Luoghi calpestati da sterili pellegrinaggi in cerca dello scatto alla moda, luoghi profanati con improbabili figure che vanno a contaminare un luogo cui sarebbe dovuto invece solo il massimo rispetto. 

È un luogo dove entrare in punta di piedi, che non si può liquidare con una rapida carrellata fotografica Facebook acchiappalike, bisogna avvicinarsi con rispetto, respirando ad occhi chiusi i profumi del passato.

Una bici sepolta sotto i rami, il ricordo della sagoma ingobbita di quest’uomo un po’ burbero che percorreva la strada verso il centro per andare al mercato. Un cappellino colorato appoggiato sopra a un mobile, forse quello che Alice usava per andare alle poste. 

I colori, la polvere del gesso, un desiderio incontenibile di narrare, la spinta creatrice che è alla base dell’opera dei veri artisti, l’urgenza, il non poterne a fare a meno. Allora la tv diventa la tela, i muri, la trama di un racconto dove i riferimenti a un mondo sospeso tra il reale e il sogno, riescono a dar vita ad un enorme libro illustrato sviluppato in atti. 

Atti che hanno la loro conclusione così: nell’abbandono di un’eredità ancora incerta, nel pellegrinaggio dei fotoamatori a caccia di like, nell’indifferenza di una società che non è stata capace di tutelare e di dare il giusto riconoscimento alla vita di due persone, di due artisti, che hanno vissuto la loro esistenza lasciandoci queste tracce di loro, così forti.

Questo scritto e le immagini di Valerio vogliono essere l’inizio di un racconto, di un viaggio di riappropriazione di quei luoghi e di quelle vite, uno strofinaccio che va a togliere alla casa blu un po’ di polvere.


























testo di Nicol Ranci

© 2020 VALERIO LELLI FOTOGRAFO

Theme by Anders Norén